Danni morali ai nonni: non necessaria la convivenza

Cassazione penale , sez. III, sentenza 11.07.2013 n° 29735

La sezione III penale della Corte di Cassazione con la decisione n. 29735/2013 esamina un particolare aspetto connesso al risarcimento del danno non patrimoniale già dibattuto in giurisprudenza e non risolto in maniera univoca.

Si tratta in particolare della configurabilità della condanna al risarcimento del danno non patrimoniale in favore dei nonni della vittima di un incidente stradale, quando gli stessi non sono conviventi con il nipote deceduto.

Come è noto l’art. 74 del cod. proc. penale distingue il diritto al risarcimento “iure proprio”, che è il diritto del soggetto al quale il reato ha direttamente recato danno, dal diritto al risarcimento “iure successionis”, che spetta solo ai successori universali e che sorge quando si sia verificato un depauperamento del patrimonio della vittima in conseguenza dell’accadimento. Di conseguenza i successibili, che non siano, in concreto, anche eredi, non possono agire “iure successionis”, non escludendosi però, per i successibili che siano prossimi congiunti della vittima, la legittimazione ad agire “iure proprio” per il ristoro dei danni patrimoniali e, soprattutto, non patrimoniali sofferti.

In tale ottica, secondo un orientamento giurisprudenziale (Corte di Cass. Sez. IV n. 38809, 21.10.2005), è sicuramente ammissibile la legittimazione alla costituzione di parte civile dei nonni della vittima di omicidio colposo da incidente stradale, a prescindere dal requisito della convivenza, in quanto gli stessi possono ben collocarsi tra i soggetti cui il reato ha recato danno, sia esso patrimoniale o, soprattutto, non patrimoniale, ponendo l’accento sul ruolo assunto nel tempo dai nonni quali supplenti dei genitori, impegnati entrambi, nella maggioranza dei casi, in attività di lavoro, circostanza, questa, che li lega maggiormente nel passato ai nipoti, anche se ormai adulti. In altri termini secondo questa interpretazione fondamentale è il vincolo di sangue che risente, sul piano affettivo, della morte, ancorché colposa, del congiunto.

Di ben altro avviso è altra giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha affermato che nell’ambito del danno non patrimoniale da perdita di congiunto, il rapporto reciproco tra nonni e nipoti, per essere giuridicamente qualificato e rilevante deve essere ancorato alla convivenza, escludendo che, in assenza di questo presupposto, possa provarsi in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da affetto reciproco e solidarietà con il familiare defunto (Sez. III civ. n. 4253, 16 marzo 2012, che riprende Sez. III civ. n. 6938, 23 giugno 1993).

Le ragioni sulle quali si fondano tali conclusioni vengono individuate: nella configurazione “nucleare” della famiglia, incentrata su coniuge, genitori e figli, come emergente dalla Costituzione; nella posizione dei nonni nell’ordinamento giuridico, in quanto le disposizioni civilistiche che, specificamente, li concernono non consentono di poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, tra nonni e nipoti, evidenziando, invece, un rapporto mediato dai genitori o di supplenza; la necessità di bilanciare l’esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati con quella di assicurare la tutela di valori costituzionalmente garantiti.

La convivenza viene, quindi, individuata come connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico”, specificando che “solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (art. 2 Cost.).

Nel caso di specie la Suprema Corte esaminando le contrapposte ragioni dei diversi orientamenti giurisprudenziali giunge alla conclusione che non possa ritenersi determinante il requisito della convivenza, poiché attribuire a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l’importanza di un legame affettivo e parentale la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse, che comunque consentano una concreta effettività del naturale vincolo nonno-nipote: ad esempio, una frequentazione agevole e regolare per prossimità della residenza o anche la sussistenza – del tutto conforme all’attuale società improntata alla continua telecomunicazione – di molteplici contatti telefonici o telematici (oggi ormai estremamente agevoli).

A ben guardare, anzi, è proprio la caratteristica suddetta di intenso livello di comunicazione in tempo reale che rende del tutto superflua la compresenza fisica nello stesso luogo per coltivare e consentire un reale rapporto parentale e ciò vale tanto per i nonni verso i nipoti quanto per i genitori verso figli che lavorano o studiano in altra città o addirittura all’estero.

Fonte: ALTALEX

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On novembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by
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