Danni morali ai nonni: non necessaria la convivenza

Cassazione penale , sez. III, sentenza 11.07.2013 n° 29735

La sezione III penale della Corte di Cassazione con la decisione n. 29735/2013 esamina un particolare aspetto connesso al risarcimento del danno non patrimoniale già dibattuto in giurisprudenza e non risolto in maniera univoca.

Si tratta in particolare della configurabilità della condanna al risarcimento del danno non patrimoniale in favore dei nonni della vittima di un incidente stradale, quando gli stessi non sono conviventi con il nipote deceduto.

Come è noto l’art. 74 del cod. proc. penale distingue il diritto al risarcimento “iure proprio”, che è il diritto del soggetto al quale il reato ha direttamente recato danno, dal diritto al risarcimento “iure successionis”, che spetta solo ai successori universali e che sorge quando si sia verificato un depauperamento del patrimonio della vittima in conseguenza dell’accadimento. Di conseguenza i successibili, che non siano, in concreto, anche eredi, non possono agire “iure successionis”, non escludendosi però, per i successibili che siano prossimi congiunti della vittima, la legittimazione ad agire “iure proprio” per il ristoro dei danni patrimoniali e, soprattutto, non patrimoniali sofferti.

In tale ottica, secondo un orientamento giurisprudenziale (Corte di Cass. Sez. IV n. 38809, 21.10.2005), è sicuramente ammissibile la legittimazione alla costituzione di parte civile dei nonni della vittima di omicidio colposo da incidente stradale, a prescindere dal requisito della convivenza, in quanto gli stessi possono ben collocarsi tra i soggetti cui il reato ha recato danno, sia esso patrimoniale o, soprattutto, non patrimoniale, ponendo l’accento sul ruolo assunto nel tempo dai nonni quali supplenti dei genitori, impegnati entrambi, nella maggioranza dei casi, in attività di lavoro, circostanza, questa, che li lega maggiormente nel passato ai nipoti, anche se ormai adulti. In altri termini secondo questa interpretazione fondamentale è il vincolo di sangue che risente, sul piano affettivo, della morte, ancorché colposa, del congiunto.

Di ben altro avviso è altra giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha affermato che nell’ambito del danno non patrimoniale da perdita di congiunto, il rapporto reciproco tra nonni e nipoti, per essere giuridicamente qualificato e rilevante deve essere ancorato alla convivenza, escludendo che, in assenza di questo presupposto, possa provarsi in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da affetto reciproco e solidarietà con il familiare defunto (Sez. III civ. n. 4253, 16 marzo 2012, che riprende Sez. III civ. n. 6938, 23 giugno 1993).

Le ragioni sulle quali si fondano tali conclusioni vengono individuate: nella configurazione “nucleare” della famiglia, incentrata su coniuge, genitori e figli, come emergente dalla Costituzione; nella posizione dei nonni nell’ordinamento giuridico, in quanto le disposizioni civilistiche che, specificamente, li concernono non consentono di poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, tra nonni e nipoti, evidenziando, invece, un rapporto mediato dai genitori o di supplenza; la necessità di bilanciare l’esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati con quella di assicurare la tutela di valori costituzionalmente garantiti.

La convivenza viene, quindi, individuata come connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico”, specificando che “solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (art. 2 Cost.).

Nel caso di specie la Suprema Corte esaminando le contrapposte ragioni dei diversi orientamenti giurisprudenziali giunge alla conclusione che non possa ritenersi determinante il requisito della convivenza, poiché attribuire a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l’importanza di un legame affettivo e parentale la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse, che comunque consentano una concreta effettività del naturale vincolo nonno-nipote: ad esempio, una frequentazione agevole e regolare per prossimità della residenza o anche la sussistenza – del tutto conforme all’attuale società improntata alla continua telecomunicazione – di molteplici contatti telefonici o telematici (oggi ormai estremamente agevoli).

A ben guardare, anzi, è proprio la caratteristica suddetta di intenso livello di comunicazione in tempo reale che rende del tutto superflua la compresenza fisica nello stesso luogo per coltivare e consentire un reale rapporto parentale e ciò vale tanto per i nonni verso i nipoti quanto per i genitori verso figli che lavorano o studiano in altra città o addirittura all’estero.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Scavalcare il guardrail non è imprudente: gestore autostradale responsabile

Cassazione civile , sez. III, sentenza 19.06.2013 n° 15302


Perché il proprietario o il gestore di un’autostrada sia esente da ogni responsabilità non basta che abbia realizzato l’opera conformemente alle leggi, poiché eventuali situazioni di pericolo per l’utilizzatore potrebbero far insorgere una responsabilità accertabile sulla base di parametri indicati dalla giurisprudenza di legittimità.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione nella sentenza 19 giugno 2013, n. 15302 avente ad oggetto il caso di una donna che, nello scavalcare il guard-rail, è caduta nel vuoto riportando lesioni gravissime che l’hanno resa invalida al 100%. La domanda di risarcimento danni proposta contro Autostrade s.p.a. è stata rigettata sia in primo che in secondo grado; lo stato dei luoghi è stato ritenuto conforme alla legge e i giudici di merito hanno addebitato la colpa esclusiva alla danneggiata, la cui “gravissima imprudenza” avrebbe interrotto il nesso causale.

La Suprema Corte ha dichiarato che l’imprudenza non è consistita nell’attraversare a piedi la corsia dell’autostrada, ma nell’aver scavalcato la barriera laterale, “comportamento quest’ultimo, che, di per sé solo e per quanto è normalmente prevedibile ex ante, può considerarsi non particolarmente pericoloso da chi ritenga di poter usufruire dello spazio intermedio fra il guard-rail superato e quello protettivo dell’opposta corsia”.

Gli Ermellini lamentano che la Corte d’appello non si sia accertata della presenza di segnalazioni nel viadotto, o comunque se fosse percepile la presenza del vuoto ad un automobilista attento, considerando anche l’ora notturna e la mancanza di illuminazione.

La motivazione relativa alla valenza assorbente ed esclusiva assegnata al comportamento dell’infortunata è stata ritenuta insufficiente, se non del tutto mancante, e Autostrade s.p.a. è stata dichiarata colpevole per non avere adottato le misure idonee ad impedire modalità di utilizzazione del bene particolarmente rischiose, essendo necessario adottare anche delle misure volte ad impedire comportamenti inconsulti. In un caso analogo in cui un automobilista oltrepassando il guardrail era caduto nel vuoto, la società Autostrade era stata ritenuta responsabile per non aver predisposto una barriera protettiva od altra efficace segnalazione. (Cass. Civ. Sez. 3, 7 dicembre 2005, n. 26997).

A tal proposito la Suprema Corte ha fornito dei parametri per individuare le misure esigibili necessarie per prevenire situazioni di pericolo derivanti da comportamenti avventati: il grado di prevedibilità dei comportamenti temerari o pericolosi, la loro frequenza e la maggiore o minore facilità di compierli, la natura e la praticabilità delle misure di prevenzione e l’entità degli oneri.

La condotta di un utente che in autostrada si trovi a dover oltrepassare il guardrail può verificarsi frequentemente per una serie svariata di motivi, come potrebbe avvenire nel caso della sosta obbligata per un incidente, ed è quindi da escludersi che possa essere qualificata come un’imprudenza grave a tal punto da interrompere il nesso causale.

Il ricorso infondato è stato dichiarato fondato per omessa e insufficiente motivazione circa l’interruzione del nesso causale e l’esclusione di ogni concorso di colpa.

La Corte di Cassazione ha condiviso il rilievo della ricorrente affermando che: “la conformità dell’opera alle leggi ed alla tecnica costruttiva non vale ad escludere ogni responsabilità del proprietario o del gestore qualora, nonostante una tale conformità, l’opera presenti insidie o pericoli per l’utilizzatore”.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Danno esistenziale risarcibile in via autonoma. E’ categoria indefinita e atipica

Cassazione civile , sez. III, sentenza 03.10.2013 n° 22585

La sentenza 3 ottobre 2013, n. 22585 della Cassazione Civile si aggiunge ad altri importanti precedenti giurisprudenziali nel delicato compito di definire con la dovuta attenzione le diverse categorie di danno indiretto come il danno biologico, il danno morale ed il danno derivante dalla lesione di altri interessi costituzionalmente protetti che da tempo sono oggetto di diverse e continue interpretazioni giurisprudenziali.

Il caso di specie è rappresentato dal grave infortunio subito da un dirigente chimico in servizio presso l’Istituto regionale della Vite e del Vino, che, durante lo svolgimento del proprio lavoro, nel percorrere una rampa di scale che conduceva ad un laboratorio inciampava cadendo nello spazio vuoto esistente tra i due montanti di sostegno del passamano della scala.

Naturalmente un evento di simile gravità ha determinato nel primo grado di giudizio l’individuazione di specifiche responsabilità a carico di diversi dirigenti dell’Istituto e dello stesso Istituto con conseguente condanna dei responsabili al risarcimento, ciascuno per la sua quota, del danno morale, biologico, non patrimoniale e naturalmente del danno patrimoniale.

In secondo grado, invece, la Corte di Appello ha escluso la responsabilità dei dirigenti riconoscendo una residua responsabilità solo a carico dell’Istituto con una cospicua limitazione degli importi risarcitori.

Tale ultima decisione non soddisfa ovviamente il danneggiato e l’Istituto che, quindi, si rivolgono alla Suprema Corte per ottenere un responso definitivo.

In tale contesto la Corte di Cassazione coglie l’occasione per fissare ed in alcuni casi ribadire importanti principi in tema di individuazione di responsabilità nell’ambito di un ente pubblico e di configurazione delle diverse categorie di danno non patrimoniale.

Innanzitutto, viene affermato l’indiscusso principio che secondo cui non è legittimamente ipotizzabile la responsabilità di un ente in assenza della speculare ed espressa affermazione di responsabilità del/dei soggetti che abbiano agito in sua rappresentanza (intesa quest’ultima in senso organico).

Difatti, come sostenuto da precedenti autorevoli sentenze (tra le tante, Cass. 2089/2008 e 3980/2003) la responsabilità aquiliana degli enti si fonda proprio sul rapporto organico con le persone fisiche che li rappresentino, oltre che sulla relazione che lega gli enti stessi a tutte le altre persone fisiche inserite nell’organizzazione burocratica o aziendale.

Inoltre, sostiene sempre la S.C. è principio di diritto consolidato che delle carenze strutturali degli immobili (quali certamente quelle da cui risultava caratterizzata la scala delle sede dell’Istituto), rispondono gli organi apicali (“l’organo politico di vertice”, secondo il dictum di Cass. n. 21010 del 2006) ed al fine di affermare la responsabilità di un dipendente amministrativo addetto ad un determinato servizio gestito da una pubblica amministrazione, occorre considerare la ripartizione interna ed istituzionale delle specifiche competenze, i limiti della delega ottenuta e le funzioni in concreto esercitare, e distinguere tra carenze strutturali, addebitabili ai vertici dell’ente, e deficienze derivanti dall’ordinario buon funzionamento, delle quali è tenuto a rispondere il funzionario addetto al settore secondo la ripartizione interna e istituzionale delle specifiche competenze.

Sancito tali principi fondamentali in tema di individuazione di responsabilità, la Corte di Cassazione sposta poi la sua attenzione sul delicato argomento dei danni non patrimoniali e richiamando proprie precedenti sentenze (per tutte Cass. n. 20292/2012) ribadisce che sino a tutto l’anno 2006, era del tutto pacifico quel principio di natura giurisprudenziale della netta separazione, concettuale e funzionale, del danno biologico, del danno morale e del danno derivante dalla lesione di altri interessi costituzionalmente protetti.

In tale ottica, le stesse famose “tabelle” in uso presso il tribunale di Milano, che assumeranno poi dignità di generale parametro risarcitorio per il danno non patrimoniale, ne prevedevano una separata liquidazione, indicando, in particolare, nella misura di un terzo la percentuale di danno biologico utilizzabile come parametro per la liquidazione del (diverso) danno morale subbiettivo.

Nella liquidazione del danno biologico, però, il legislatore del 2005 ebbe a ricomprendere quella categoria di pregiudizio non patrimoniale, oggi circoscritta alla dimensione di mera voce descrittiva, che, per voce della stessa Corte costituzionale, era stata riconosciuta e definita come danno esistenziale: è lo stesso Codice delle assicurazioni private ad affrontare, difatti, quegli aspetti “dinamico relazionali” dell’esistenza che costituiscono danno ulteriore (rectius, conseguenza dannosa ulteriormente risarcibile) rispetto al danno biologico strettamente inteso come compromissione psicofisica da lesione medicalmente accertabile.

Ma giustamente si domanda la Corte: quid iuris qualora (come nel caso di specie) un danno biologico manchi del tutto, e il diritto costituzionalmente protetto risulti diverso da quello di cui all’art. 32 Cost., sia cioè, altro dal diritto alla salute (che il costituente, non a caso, ebbe cura di non definire inviolabile – al pari della libertà, della corrispondenza e del domicilio – bensì fondamentale)?

Ebbene riguardo il danno morale la S.C richiama una propria precedente sentenza e precisamente la n. 18641/2011 mediante la quale ha già avuto modo di affermare che sussiste sempre ed ha autonoma rilevanza la fattispecie del danno morale intesa come voce integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale. Tale interpretazione è del resto ampiamente confermata dall’emanazione di due successivi provvedimenti: il D.P.R. n. 37/2009, e il D.P.R. n. 181/2009, in seno ai quali una specifica disposizione normativa (l’art. 5) ha inequivocamente resa manifesta la volontà del legislatore di distinguere, morfologicamente prima ancora che funzionalmente, tra la voce di danno c.d. biologico da un canto, e la voce di danno morale dall’altro.

Riguardo il danno parentale la S.C. ritiene che vadano senz’altro ristorati anche gli aspetti relazionali propri del danno da perdita del rapporto parentale inteso come danno esistenziale.

Chiarita, quindi, l’ indiscussa autonomia del danno morale rispetto non soltanto a quello biologico (escluso nel caso di specie), ma anche a quello “dinamico relazionale” la S.C. analizza il quesito posto dalla parte ricorrente in merito all’autonoma configurabilità del risarcimento di danni “esistenziali”.

L’organo giudicante fondandosi su precedenti pronunce di fondamentale importanza come quelle del 2008 ritiene di dover affermare come principio di carattere generale quello della indiscussa risarcibilità di tutte quelle situazioni soggettive costituzionalmente tutelate (diritti inviolabili o anche “solo” fondamentali, come l’art. 32 Cost., definisce la salute) diversi dalla salute, e pur tuttavia incise dalla condotta del danneggiante oltre quella soglia di tollerabilità indotta da elementari principi di civile convivenza (come pure insegnato dalle stesse sezioni unite).

D’altro canto la stessa (meta) categoria del danno biologico fornisce a sua volta risposte al quesito circa la sopravvivenza del c.d. danno esistenziale, se è vero come è vero che “esistenziale” è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, si, ma autonoma, della lesione medicalmente accertabile.

Di conseguenza, anche sul presupposto dell’esame dell’art. 612-bis c.p., è possibile individuare i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo: il dolore interiore, e la significativa alterazione in pejus della vita quotidiana. Si tratta di danni diversi e, perciò solo, entrambi autonomamente risarcibili, ma solo se rigorosamente provati caso per caso, al di là di sommarie ed impredicabili generalizzazioni. Ed è proprio sulla scorta di tali considerazioni che la stessa Corte ritiene lecita la configurazione del danno esistenziale come “indefinita e atipica”.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Sinistro con veicolo non identificato: risarcimento limitato ai danni personali

Cassazione civile , sez. III, sentenza 27.08.2013 n° 19591 

In caso di sinistro cagionato da veicolo non identificato, la responsabilità del Fondo di garanzia delle vittime della strada, attraverso l’impresa a ciò designata, è limitata ai danni alla persona, non potendo essere in alcun modo riconosciuto il risarcimento del danno alla vettura.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione Civile, sezione III, con la sentenza 27 agosto 2013, n. 19591, richiamando l’art. 19, comma 2, della Legge n. 990 del 1969, sostanzialmente riprodotta nell’art. 283, comma 2, del Codice delle Assicurazioni (Dlgs 209/2005), oggi vigente,

Nella fattispecie, il conducente e il proprietario di un veicolo rimasto coinvolto in un sinistro stradale con altro veicolo datosi alla fuga e rimasto non identificato, citavano in giudizio la Compagnia assicurativa per ottenere il risarcimento dei danni materiali, morali e fisici.

Il conducente infatti, come risultava dalla documentazione medica debitamente prodotta, aveva subito lesioni personali a seguito del sinistro, ma il Giudice di pace aveva respinto la domanda.

Gli attori proponevano appello e il Tribunale di Teramo riformulava la pronuncia condannando la SAI s.p.a. al pagamento del risarcimento a titolo di danno morale e di danno all’autovettura, ritenendo che la C.t.u. riportasse una descrizione dei danni riportati dalla vettura incidentata corrispondenti alla dinamica dell’incidente come descritta, con una probabilità di circa il 60 per cento.

La Fondiaria SAI s.p.a. propone ricorso per Cassazione affidandosi a tre motivi. I primi due motivi, legati all’onere della prova sul fatto che il sinistro si sia verificato per fatto doloso o colposo di altro veicolo e che la denuncia sia stata sporta otto ore dopo il presunto incidente e senza che in essa siano state menzionate le lesioni subite, diagnosticate solo dopo due giorni, vengono dichiarati inammissibili sulla base di quanto già statuito precedentemente dalla giurisprudenza.

In particolar modo, facendo il ricorso riferimento al periodo di vigenza dell’art. 366-bis c.p.c., che imponeva che ciascun motivo di ricorso fosse concluso dalla formulazione di un quesito di diritto e che, in relazione alla censura di vizio di motivazione, venisse fornita chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale si assumeva che la motivazione fosse mancante, insufficiente o contraddittoria, gli Ermellini specificano che il quesito di diritto deve essere formulato in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, in modo tale che il giudice di legittimità possa enunciare una regula iuris suscettibile di trovare applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata. Riportano quanto stabilito dalle Sez. Un., sentenza 11 marzo 2008, n. 6420: “E’ inammissibile, perciò, il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo.”

Il terzo motivo di ricorso con il quale si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione della L. n. 990 del 1969, art. 19 e dell’art. 113 c.p.c., in relazione al tipo di danno per il quale il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento, è stato accolto.

Infatti la Suprema Corte ha riscontrato nella sentenza impugnata, una evidente violazione di legge disposta in favore del proprietario del veicolo incidentato, al quale è stato risarcito il danno alla vettura nella misura di Euro 3.181, contravvenendo alla chiara statuizione enunciata nell’art. 19, che prevede che in caso di responsabilità dell’impresa designata dal Fondo di garanzia, il risarcimento sia limitato ai danni personali.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Danno non patrimoniale da sinistro: i magici effetti della cessione del credito

Cassazione civile , sez. III, sentenza 03.10.2013 n° 22601

La terza sezione civile della Corte di cassazione interviene, con la sentenza in commento, a dipanare ogni dubbio in merito alla cedibilità del credito per risarcimento del danno non patrimoniale derivato da sinistro stradale affermando l’applicabilità della disciplina civilistica della cessione del credito ex art. 1260 e s. c.c.

A queste conclusioni gli ermellini pervengono attraverso un argomentale che, ripercorrendo le più significative pronunce in materia cedibilità del credito per il risarcimento del danno patrimoniale avente medesima fonte, affronta le eccezioni espresse a sostegno della tesi tendente a negare l’applicabilità di detta disciplina.

In primo luogo si ricorda che la cessione si perfeziona con l’accordo tra cedente e cessionario, mentre l’adesione del ceduto a seguito di notifica o accettazione, ha efficacia meramente ricognitiva del negozio di cessione in sé già perfetto ed è funzionale a parametrare la buona fede del ceduto in caso di pagamento effettuato a mani del cedente in periodo successivo alla cessione stessa.

Si ricorda, inoltre, che la cessione del credito ha ad oggetto il credito medesimo ed i suoi accessori, ossia privilegi, garanzie personali e reali, ma anche i poteri connessi al contenuto e all’esercizio del diritto, ossia la legittimazione attiva nei confronti del responsabile civile e della sua compagnia di assicurazione: tale legittimazione avrebbe fonte non già nell’art. 144 Cod. Ass. – evidentemente non applicabile – ma sarebbe corollario naturale del contratto di cessione ex art. 1374 c.c.

La cedibilità del credito in parola (risarcimento del danno patrimoniale) non trova limitazione:

né nella natura “strettamente personale del credito” essendo il credito ceduto privo di tale natura, non sussistendo l’interesse del debitore a soddisfare pretese vantate da un soggetto diverso da quello inizialmente accettato come creditore (come avviene, ad esempio, nel caso di credito alimentare);
né nel disposto dell’art. 1261 c.c. che non contempla questa ipotesi tra quelle in relazione a cui opera di divieto di cedibilità.
Tutto ciò premesso, la Corte ritiene che tali principi siano applicabili anche al credito per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Il motivo è molto semplice: poiché tale diritto può circolare mortis causa (nel senso che è trasmissibile agli eredi dell’eventuale titolare defunto iure hereditatis) allo stesso modo deve poter circolare per effetto di atti inter vivos.

Viene precisato inoltre che, neanche in questo caso si tratterebbe di credito strettamente personale perché la natura del danno è cosa ben diversa dalla natura del diritto: se è vero, infatti, che l’interesse personale leso (salute) ha natura strettamente personale, lo stesso non può dirsi con riguardo al credito relativo alla lesione di detto bene, perché la transazione ( da intendersi quale negozio traslativo di cessione) sul risarcimento del danno subito determina la trasformazione del diritto personale alla integrità fisica in un diritto patrimoniale sulla somma.

Il che è come dire che la cedibilità del credito per risarcimento del danno patrimoniale alla salute si applica anche al danno non patrimoniale perché, a seguito della transazione sul risarcimento (ovvero l’individuazione della somma da corrispondere a titolo di ristoro) il danno non patrimoniale perde la sua connotazione originaria e si trasforma in danno patrimoniale.

Ne dovremmo ricavare che, dunque, il problema della cedibilità del credito per risarcimento del danno non patrimoniale non si pone, essendo le due specie di danno ridotte ad una sola, quella patrimoniale: il che riduce fortemente la portata innovativa della pronuncia.

Altra criticità che si può evidenziare è legata al fatto che -pare- mentre la valutazione della cedibilità del credito per risarcimento del danno non patrimoniale viene fatta ex post, (cioè a seguito degli effetti che la cessione ha prodotto sulla natura del credito) quella sulla cedibilità del credito per danno patrimoniale venga eseguita ex ante, con evidente effetto discriminatorio tra le due ipotesi.

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

La vittima casalinga aveva la colf? Sì al danno da perdita delle cure domestiche

Cassazione civile , sez. III, sentenza 13.12.2012 n° 22909

Il danno morale, pur costituendo un pregiudizio non patrimoniale, non può essere ricompreso nel danno biologico e deve, quindi, essere liquidato a parte, tramite criterio equitativo.

Tale criterio dovrà tener conto di ogni circostanza del caso concreto.

Deve essere risarcita la perdita delle cure domestiche anche nel caso in cui la vittima (casalinga) aveva a proprio servizio una colf.

I congiunti della vittima (investita mentre transitava a piedi una strada) di un illecito hanno diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali come diritto proprio e personale, e non anche quale semplice effetto riflesso del danno subito dalla vittima.

Con la sentenza 13 dicembre 2012, n. 22909 i giudici della Corte di Cassazione, nella sezione seconda, hanno, infatti, precisato che nel caso di morte di una casalinga i congiunti con essa conviventi hanno diritto al risarcimento del danno subito per la perdita delle prestazioni attinenti alla assistenza ed alla cura dalla stessa fornita.

Tali attività, seppur non produttive di reddito, sono secondo la Corte economicamente individuabili facendo riferimento al triplo della pensione sociale oppure ancora al reddito di una collaboratrice familiare.

La Cassazione con la sentenza in commento ha, quindi, riconosciuto ai superstiti, marito e tre figli, un risarcimento aggiuntivo a carico dell’assicurazione dell’automobilista, per la perdita delle cure familiari.

I giudici della Corte vanno anche oltre precisando che tale risarcimento spetta anche nella ipotesi in cui la vittima abbia colf.

La cassazione ribadisce l’erroneità della liquidazione del danno in misura pari ad una frazione dell’importo liquidato a titolo di danno biologico e ciò in quanto tale criterio non rende evidente e controllabile l’iter logico attraverso cui il giudice di merito è pervenuto alla relativa quantificazione, né permette di stabilire se e come abbia tenuto conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d’animo.

Fonte: ALTALEX

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Guardrail pericoloso? Anas condannata per i danni

Cassazione civile , sez. III, sentenza 16.01.2013 n° 907

L’insidia stradale, intesa come pericolo occulto, non visibile e non prevedibile, non integra una regola sostanziale, cioè un’autonoma figura di illecito, ma è solo una figura sintomatica del comportamento colposo dell’ente gestore della strada pubblica, che, in virtù del principio del neminem laedere, è tenuto a far si che il bene demaniale non presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto, cioè non visibile e non prevedibile, che dia luogo al c.d. trabocchetto o insidia stradale. E’ quanto ribadito dalla Corte di Cassazione con la sentenza 16 gennaio 2013 n. 907 con cui è stato risolto un caso che si protraeva ormai da 24 anni per un giovane diciannovenne, vittima di un incidente stradale.

In particolare, il giovane aveva citato in giudizio l’ANAS per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa di un incidente automobilistico verificatosi mentre percorreva una strada statale. Infatti, entrando nella rotatoria esistente, l’autovettura sbandava ed andava ad urtare contro un guardrail in cattivo stato di manutenzione con pezzi di lamiera non più agganciati e collocati orizzontalmente, tanto da conficcarsi nel vano motore dell’automobile ed amputando entrambe le gambe del giovane.

L’ANAS nega qualsiasi tipo di responsabilità, ritenendo che la colpa del sinistro era esclusivamente in capo all’attore, evidenziando inoltre che il tratto stradale in considerazione era stato dismesso dalla stessa ANAS e dato in consegna al Comune interessato. Quest’ultimo, costituendosi in giudizio, negava ogni addebito in quanto il guardrail era stato posto in opera dell’ANAS che ne aveva curato la manutenzione da sempre. Il giudice di prime cure ritiene che l’incidente sia dovuto per 2/3 a responsabilità del giovane (eccessiva velocità dell’autovettura) e per 1/3 a responsabilità dell’ANAS che aveva posizionato il guardrail in modo abnorme, respingendo peraltro la domanda di risarcimento nei confronti del Comune. In sede di appello, la Corte territoriale conferma la ripartizione di responsabilità decisa in primo grado e condanna l’ANAS a risarcire anche il danno patrimoniale non liquidato dal Tribunale. Rigetta, infine, la domanda di risarcimento diretta contro il Comune. Con il ricorso di cassazione l’ANAS contesta la sentenza con 4 motivi; in particolare per l’ANAS la Corte di merito aveva ritenuto erroneamente a suo carico l’obbligo di manutenzione e di custodia della strada oggetto dell’incidente, mentre l’obbligo incombeva sul Comune a cui l’ANAS stessa, anni prima, aveva comunicato che il tratto in oggetto non costituiva più strada statale e rientrava nel demanio comunale. Inoltre, secondo l’ANAS essendo la strada di proprietà del Comune – come stabilito dalla stessa Corte di appello – doveva essere riconosciuto che tale ente, come custode, ne aveva la manutenzione, comprensiva del guardrail.

Come si è visto, gli Ermellini ritengono chiara la responsabilità dell’ANAS ritenendo che nel caso di specie la norma di riferimento rimanga pur sempre l’art. 2043 c.c., e la colpa dell’ente gestore sia consistita nell’aver creato un affidamento nell’utente della strada o delle sue pertinenze, sulla non pericolosità della stessa, quale appare, contrariamente a quanto è invece nella realtà accaduto poiché il guardrail, tenuto in cattivo stato di manutenzione, a seguito dell’urto, è penetrato come una lama nell’autovettura tranciando entrambe le gambe del guidatore.

Leggendo la sentenza si ricava che il guardrail causa dell’incidente era stato posto a protezione del tratto di strada sovrastante un torrente dall’ANAS e si congiungeva con un altro guardrail rettilineo posizionato o dall’ANAS o dalla Provincia, con esclusione di alcun intervento da parte del Comune interessato. Inoltre, il tratto di strada non era stato mai formalmente consegnato al Comune di dall’ANAS, che ne aveva sempre curato la manutenzione. Secondo i giudici del Palazzaccio a Corte di merito ha escluso correttamente qualsiasi responsabilità del Comune per non aver posizionato il guardrail e per non averne curato la manutenzione, né ordinaria né straordinaria, perché questa era di pertinenza esclusiva dell’ANAS che, indipendentemente da qualsiasi provvedimento sulla proprietà formale della strada, ha continuato a comportarsi come proprietaria della rotatoria e dei vari tratti di accesso alla stessa, anche dopo l’incidente de quo. Da qui il rigetto del ricorso presentato dall’ANAS.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by