Danno biologico, la Cassazione ribadisce: vanno applicate le tabelle milanesi

Cassazione civile , sez. VI, ordinanza 04.01.2013 n° 134 

In assenza di criteri legali, per la liquidazione del danno biologico occorre fare riferimento alle Tabelle di Milano, salvo che sussistano circostanze che ne giustifichino l’abbandono. E’ quanto ha deciso la Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza 14 gennaio 2013, n. 134.

Il caso vedeva un uomo, dopo un incidente stradale, ottenere dal Tribunale 102.000 euro di risarcimento per inabilità temporanea e permanente (35%), danno morale e danno materiale del veicolo. Condannati in solido il responsabile dell’’incidente e la sua assicurazione, in appello si vede respinta la richiesta di un maggior risarcimento per danno biologico dinamico o esistenziale, carattere permanente del danno morale e danno patrimoniale per una progettata iniziativa imprenditoriale.

Secondo gli ermellini, richiamando una recente sentenza di legittimità (Cass. 7 giugno 2011, n. 12408), “quando, nella liquidazione del danno biologico, manchino criteri stabiliti dalla legge, il criterio di liquidazione cui i giudici di merito devono attenersi, al fine di garantire l’uniformità di trattamento, è quello predisposto dal Tribunale di Milano, in quanto ampiamente diffuso sul territorio nazionale, salvo circostanze in concreto idonee a giustificarne l’abbandono“.

Ciò precisato, per le sentenze di merito, come nella specie, depositate prima di tale pronuncia, in cui i criteri adottati sono diversi, “tale difformità può essere fatta valere in sede di legittimità solo a condizione che la questione sia stata posta nel giudizio di merito. La mancanza di tale condizione, che i ricorrenti neppure allegano, rende inammissibile il profilo esaminato, proprio per la novità della questione prospettata”.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

RC Auto, Ministero conferma i 15 giorni di estensione della copertura

Circolare Ministero Interno 14.02.2013
L’impresa di assicurazione è tenuta ad avvisare il contraente della scadenza del contratto con preavviso di almeno 30 giorni e nel contempo a mantenere comunque operante la garanzia prestata con il precedente

contratto assicurativo fìno all’effetto della nuova polizza ovvero fino al quindicesimo giornosuccessivo alla scadenza del contratto stesso.

Lo sottolinea la Circolare 14 febbraio 2013 con la quale il Ministero dell’Interno ha emanato chiarimenti in merito al tacito rinnovo delle polizze assicurative.

In particolare, poiché la nuova normativa(1) prevede espressamente “estensione della copertura assicurativa alla scadenza annuale per un limitato periodo di quindici giorni dalla scadenza, l’assicurato, in attesa di sottoscrivere altro contratto in tempo utile, durante tale periodo può continuare ad esibire il certificato ed il contrassegno scaduti.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Guida il motorino ubriaco? Sì alla sospensione della patente

Cassazione penale , sez. IV, sentenza 13.08.2012 n° 32439 

Sorpreso alla guida di ciclomotore in stato di ebbrezza e patteggiata le pena per il reato di cui allaart. 186 cds, il conducente vedeva disporsi in sentenza l’applicazione della sanzione accessoria della sospensione della patente.

Avverso questo capo, propone ricorso per cassazione sostenendo l’illegittimità della sospensione, sul presupposto che, per la guida di ciclomotori, il conseguimento della patente non e richiesto.

La Suprema Corte interessata del caso, rigetta il ricorso a mente di argomentazioni volte a far chiarezza sul quadro normativo e giurisprudenziale elaborato con riferimento all’art. 116 cds. Vediamo nel dettaglio.

Il d.lgs. 9/2002, in vigore dal 30 giugno 2003, ha modificato la norma in parola disponendo che, per la guida di ciclomotori, è necessario aver compiuto i 14 anni ed aver conseguito il certificato di idoneità rilasciato dai competenti uffici.

La norma in questione è stata, poi, nuovamente interpolata con l. 214/2003 e l. 168/2005che, a decorrere dal 1 ottobre 2005, hanno imposto il conseguimento di detto certificato a tutti coloro che avessero compiuto la maggiore età a partire dalla medesima data e che non fossero già titolari di patente.

Ciò premesso, ed altresì considerato che l’articolo in esame equipara i requisiti fisici e psichici richiesti per la guida di ciclomotori a quelli prescritti per il rilascio della patente, la Corte ha ritenuto che, con riferimento al titolo abilitativo richiesto, il conducente di ciclomotore sia omologabile al conducente di autoveicolo; tanto è vero che, “per il principio per cui `il più contiene il meno” la titolarità di patente costituisce di per sé motivo di esonero dall’obbligo di conseguimento del certificato di idoneità e che il possessore di detto certificato è tenuto alla restituzione del medesimo in sede di rilascio della patente.

Posto, dunque, che la patente costituisce un mero “upgrade anagrafico” del certificato di idoneità, si ricava che:

  • il titolare di patente sorpreso alla guida di ciclomotore in stato di ebbrezza è soggetto alle medesime sanzioni accessorie prescritte per il conducente di autoveicolo colto nelle medesime condizioni di alterazione fisico-psichica, ovvero alla sospensione della patente;
  • – il titolare di certificato di idoneità sorpreso ebbro alla guida di ciclomotore sarà assoggettabile alla sospensione del detto certificato, stante l’identità di ratio e funzione sottesa ad entrambe i titoli abilitativi (viene richiamato in proposito il precedente di cui alla sentenza n. 32806/2011 se feriale).

Pertanto, a detta della Suprema Corte, va esente dall’applicazione della sanzione accessoria soltanto il ciclista circolante in stato di ebrezza, posto che, per la guida della bicicletta, non è richiesto il conseguimento di alcun titolo abilitativo, come già ribadito dalle Sezioni Unite con sentenza n. 12316/2002.

In questo contesto, resta da capire cosa accade a coloro che, sorpresi ubriachi alla guida di ciclomotore, siano privi sia di certificato di idoneità (avendo compiuto 14 anni prima del 2003 e 18 anni prima del 2005, cioè in un periodo in cui l’obbligo di conseguimento del certificato non era normativamente previsto), sia di patente, per non averla mai conseguita.

Seguendo il ragionamento della Cassazione, sembrerebbe di capire che, non essendo in possesso di alcun titolo abilitativo sospendibile, costoro andranno esenti dall’ applicazione della sanzione accessoria, con evidente effetto discriminatorio dipendente dal fattore anagrafico relazionato al meccanismo della successione delle leggi nel tempo.

Peraltro, pur indagabili del reato di guida in stato di ebbrezza, costoro ben potranno riprendere a circolare a bordo del medesimo o di altro ciclomotore, ponendo, così, nuovamente in pericolo l’incolumità fisica propria e altrui, beni giuridici a baluardo dei quali la norma dell’art. 186 cds è posta: non può che auspicarsi un intervento legislativo de iure condendo volto a colmare questa lacuna.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Pneumatico sulla carreggiata: società Autostrade condannata

Cassazione civile , sez. III, sentenza 15.01.2013 n° 783

La sentenza n. 783/2013 della Corte di Cassazione offre la possibilità di fare un punto circa lo stato dell’arte della giurisprudenzia sulla responsabilità della Pubblica Amministrazione ex art. 2051 c.c. il quale recita: “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”.

Più precisamente il principio di diritto enunciato nella sentenza in commento relativo alla responsabilità della Pubblica Amministrazione per cose in custodia ex art. 2051 c.c. è che essa “trova un limite solo nel caso fortuito che va ravvisato nei casi in cui il danno sia stato determinato da cause estrinseche alla struttura del bene, o dal comportamenti di terzi (come l’abbandono sulla pubblica via di oggetti pericolosi) con modalità di tempo e di luogo tali per cui il pericolo non avrebbe potuto essere conosciuto ed eliminato tempestivamente, neppure con la più diligente attività di controllo e di manutenzione. L’onere della prova sia del caso fortuito, sia dell’adempimento dei doveri di diligente manutenzione, è a carico del custode.”

L’indirizzo giurisprudenziale prevalente è orientato ad escludere l’applicabilità della norma de quo nei casi relativi a beni, facenti parte del demanio stradale, rispetto ai quali non è oggettivamente possibile svolgere i doveri di vigilanza posti a carico del custode, in ragione dei requisiti della notevole estensione e dell’uso generalizzato e diretto degli stessi beni da parte dell’utenza. Per converso è configurabile l’applicabilità della disciplina di cui all’art. 2051 c.c., in tutti quei casi ove l’estensione dei beni demaniali è tale da consentire l’esercizio di un continuo ed efficace controllo che valga ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i terzi.

Il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte è relativo alla richiesta di risarcimento al Gestore della rete austostradale (alla Società Autostrade per l’Italia.)del danno subito da una società di trasporti a causa di un impatto di un proprio automezzo contro un pneumatico abbandonato sulla carreggiata dell’autostrada percorsa.

La norma che regola la fattispecie in esame è, appunto, l’art. 2051 c.c. che è applicabile anche nei confronti del proprietario o del gestore di strade, nell’ipotesi in cui sia chiamato a rispondere dei danni provocati dall’omesso o incompleto adempimento del dovere di mantenere la strada in condizioni tali da non arrecare danno all’utenza.

Pertanto ai fini della configurabilità o meno della responsabilità ex art. 2051 c.c. è sufficiente la sussistenza del rapporto di custodia con la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, rapporto che postula l’effettivo potere sulla cosa, cioè quella disponibilità giuridica e materiale della stessa che si sostanzia nel potere-dovere di intervento su di essa, e che compete al proprietario o anche a colui che con essa si trovi in una relazione di possesso o detenzione.

Non può non osservarsi che secondo la giurisprudenza la responsabilità per cose in custodia ex art. 2051 c.c. sostanzi una ipotesi di responsabilità oggettiva, richiedendo per la sua configurazione in concreto la sussistenza del mero rapporto casuale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza. Ne consegue che tale tipologia di responsabilità è esclusa solamente dal caso fortuito. Quest’ultimo può consistere in un fatto del terzo o in un fatto dello stesso danneggiato che attiene al profilo casuale dell’evento, caratterizzato dagli elementi della imprevedibilità ed inevitabilità.

Per quanto concerne la responsabilità dei gestori e concessionari di autostrade, la Suprema Corte di Cassazione si è orientata nel senso della “piena configurabilità del rapporto custodiale tra costoro e la struttura autostradale, in ragione della destinazione della rete viaria alla percorrenza veloce in condizioni di massima sicurezza per gli utenti.” (Corte di Cassazione, 7 Aprile 2009, n. 8377).

Da ultimo analizzando lo specifico profilo della ripartizione dell’onere probatorio relativo alla fattispecie in esame riguardante il risarcimento del danno subito dagli utenti per la presenza di ostacoli sulla carreggiata autostradale, come già in precedenza affermato incombe al gestore dell’autostrada dimostrare l’inesistenza di una propria negligenza per omessa vigilanza. Difatti la possibilità di svolgere una adeguata attività di vigilanza volta ad impedire l’insorgenza di pericoli per la circolazione degli utenti, comporta la piena applicabilità della responsabilità ex art. 2051 c.c. in capo a quest’ultimo. Ciò in ipotesi di pericolo connesso alla struttura propria o alle pertinenze della rete autostradale. Di contro sarà configurabile il caso fortuito relativamente a quelle situazioni di pericolo procurati dall’utenza stessa, ovvero da una repentina ed imprevedibile alterazione dello stato della cosa che non può essere oggetto di un intervento tempestivo risolutivo per mancanza di tempo strettamente necessario a provvedervi, nonostante l’attività di vigilanza e controllo a tal fine preposte.

Tale ultima ipotesi non è stata ritenuta sussistente nel caso sottoposto all’esame della III Sezione Civile della Suprema Corte in ragione del notevole lasso temporale intercorso tra la segnalazione del pericolo dall’utente al gestore e il non tempestivo intervento di quest’ultimo.

Fonte: ALTALEX

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Morte del coniuge: sì al danno morale anche se separato

Cassazione civile , sez. III, sentenza 17.01.2013 n° 1025 

È risarcibile il danno morale patito dal coniuge per la morte dell’altro anche se vi sia tra la parti uno stato di separazione personale, purchè si accerti che l’altrui fatto illecito (nella specie il sinistro stradale causa del decesso) abbia provocato nel coniuge superstite quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara.

Così si è espressa la Suprema Corte nella sentenza 17 gennaio 2013, n. 1025.

Ad avviso del giudice di legittimità, la separazione in sè e per sè non è di ostacolo al riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale. E’, tuttavia, necessario dimostrare che, nonostante la separazione, i coniugi siano legati da un vincolo affettivo particolarmente intenso. Nella specie, esso è stato individuato nella presenza di un figlio e nel breve lasso di tempo (1 mese) intercorso dalla frattura della vita coniugale. Con la conseguenza che l’evento morte ha determinato sicuramente un pregiudizio in capo al superstite.

Pertanto, anche se non vi era più un progetto di vita in comune, il precedente rapporto coniugale e la permanenza di un vincolo affettivo legittimano la richiesta di risarcimento.

Tuttavia, è incensurabile in sede di legittimità la valutazione operata dal giudice dell’appello nel senso di ridurre il risarcimento spettante all’ex coniuge a 25mila euro, in luogo di 84mila euro liquidati in primo grado, tenuto conto del “dato obiettivo della separazione” e della “già cessata convivenza” e conseguente valutazione secondo cui la perdita del coniuge “risulta indubbiamente meno sconvolgente rispetto al conseguito assetto di vita”.

La Corte coglie l’occasione per richiamare i principi enunciati dalle Sezioni Unite e dalle Sezioni semplici in materia d’interpretazione del giudicato per cui “il giudice di legittimità deve accertare l’esistenza e la portata del giudicato con cognizione piena, che si estende anche al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta loro valutazione ed interpretazione mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto, indipendentemente dalla interpretazione data al riguardo dal giudice del merito: ciò in ragione della riconosciuta natura pubblicistica dell’interesse al rispetto del giudicato; della ritenuta indisponibilità per le parti dell’autorità di quest’ultimo; della ravvisata identità dell’operare dei due tipi di giudicato, interno ed esterno; e della inclusione delle correlative questioni nella sfera delle questioni di diritto piuttosto che in quella delle questioni di fatto”.

Inoltre, il giudicato è da assimilarsi, per la sua intrinseca natura e per gli effetti che produce, a elementi normativi astratti, con la conseguenza che la sua interpretazione deve essere trattata alla stregua dell’interpretazione delle norme piuttosto che alla stregua dell’interpretazione dei negozi e degli atti giuridici. Infine, costituendo l’interpretazione del giudicato operata dal giudice del merito una quaestio iuris, la stessa è sindacabile, in sede di legittimità, non per il mero profilo del vizio di motivazione, ma nella più ampia ottica della violazione di legge; e gli eventuali errori d’interpretazione del giudicato rilevano quali errori di diritto. Pertanto, non sono neanche prospettabili le censure relative alla violazione dell’art. 1362 c.c. e segg., non essendo, alla luce degli indicati principi, l’interpretazione del giudicato riconducibile ai canoni ermeneutici contrattuali.

Fonte: ALTALEX

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L’alito vinoso non è sufficiente ad integrare la guida in stato di ebbrezza

Cassazione penale , sez. IV, sentenza 17.01.2013 n° 2568 

La pronunzia n. 2568 del 17 gennaio 2013, resa dalla Quarta Sezione della Corte di Cassazione, appare particolarmente interessante perchè pone in risalto il principio del favor rei.

In buona sostanza, in una situazione nella quale l’accertamento dello stato di alterazione psico-fisica da assunzione di alcolici, in capo ad un soggetto coinvolto in un incidente stradale, si caratterizza per l’assenza di strumenti tecnici e viene, così, demandato esclusivamente alla percezione soggettiva dei verbalizzanti, non si può affatto fare ricorso, ad avviso dei giudici di legittimità, ad elementi presuntivi o sillogistici, onde potere sostenere che la condotta, in oggetto, integri estremi penalmente rilevanti.

La nuova formulazione strutturale dell’art. 186 comma 2° CdS, contenendo, quindi, una articolata pluralità di scaglioni punitivi (ciascuno dei quali collegato ad una quantificazione del tasso alcolemico rilevato, debitamente determinata tra un minimo ed un massimo), ha sancito un doppio binario sanzionatorio.

Con la specifica previsione che, ove il tasso alcolemico rilevato in capo all’interessato risulti inferiore a 0,8 g/l, venga esclusa la configurabilità del reato, il legislatore ha, così, introdotto – per le eventualità nelle quali la rilevazione determini un risultato compreso fra 0,5 e 0,8 g/l – un esempio di sanzionabilità esclusivamente amministrativa dell’illecito.

Esso, pur privo del carattere dell’antigiuridicità penale strictu sensu, coesiste, però, all’interno della medesima singola norma (l’art. 186 comma 2 CdS) con altre ipotesi diverse e distinte, le quali, invece, formano oggetto di sanzione penale, [in quanto obbiettivamente ed intrinsecamente di  intuitiva maggiore gravità, per il pericolo che suscita un livello apprezzabilmente più alto di intossicazione alcolica che esprimono, rispetto ai minimi della lett. a)].

Ne consegue, pertanto, che in un caso quale quello in esame, che presenta una oggettiva condizione di carenza di indicazioni di carattere quantificativo relative allo stato di intossicazione alcolica del singolo, appare del tutto condivisibile il giudizio di impossibilità a che si possa addivenire ad una effettiva quantificazione del tasso alcolemico.

Solo l’utilizzo di indagini che si avvalgano di esami ematici, etilometrici o di liquidi biologici, i quali appaiano caratterizzate da quei profili di certezza, precisione e tassatività, può seriamente permettere di configurare una condotta come penalmente significativa e, in eventualità di norme compositamente concepite come l’art. 186 comma 2 CdS, di inserirla correttamente nello ipotesi  specificatamente prevista.

In situazioni analoghe a quella presa in esame dal Supremo Collegio, appare, pertanto, doverosa la collocazione della condotta incriminata nel contesto della categoria più favorevole (vale a dire quella amministrativa in luogo di quella penale), in ossequio al principio del favor rei.

La Corte Suprema ribadisce il principio inderogabile, in base al quale va escluso, dunque, che la percezione di “un alito vinoso”, oppure “della portata dell’incidente stradale provocato” possano essere addotti od evocati, quali elementi puramente presuntivi, dai quali il giudice possa ricavare la prova del superamento del limite minimo per la sanzionabilità, in sede penale della guida in stato di ebbrezza.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Incidente stradale: il processo civile sospende quello penale

Cassazione penale , sez. IV, sentenza 04.02.2013 n° 5507 

Il procedimento penale per lesioni colpose deve essere sospeso in attesa della conclusione del processo civile già pendente, avente ad oggetto gli stessi fatti.

Lo ha stabilito la Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza 4 febbraio 2013, n. 5507.

Il caso vedeva un Giudice di pace condannare un conducente per il delitto di lesioni personali colpose, commesse con violazione delle norme sulla circolazione stradale, rigettando la richiesta dell’uomo di pronunciare declaratoria di non luogo a procedere per estinzione del reato, in conseguenza di una condotta riparatoria, sulla considerazione della gravità del fatto e delle conseguenze da questo derivate. Secondo il giudicante, in ogni caso il risarcimento del danno non poteva ritenersi esaustivo in quanto non era nemmeno intervenuta una sentenza definitiva in ordine alla controversia civile ancora in corso tra le parti.

Secondo l’orientamento dominante della Suprema Corte, l’art. 35 del D.Lgs. 274/2000, subordina la declaratoria di estinzione del reato “alla dimostrazione, da parte dell’imputato, non solo di avere provveduto alla riparazione del danno cagionato mediante le restituzioni o il risarcimento, ma anche di avere eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, di guisa che il giudice sia posto nelle condizioni di valutare l’idoneità delle condotte riparatorie a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e quelle di prevenzione“.

La norma ora richiamata, subordinando la pronuncia alla dimostrazione, a cura dell’imputato, “di avere proceduto, prima dell’udienza di comparizione, alla riparazione del danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento e di avere eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato“, esige innanzi utto una valutazione di assoluta esaustività della condotta riparatoria, cui deve poi aggiungersi l’ulteriore apprezzamento da parte del giudice di comportamenti dell’imputato improntati a lealtà, correttezza e alle regole del bon ton, in vista della riaffermazione dei valori sociali naturalmente lesi dalla condotta criminosa.

Fonte: ALTALEX

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Associazione vittime strada, comunicato 06.04.2013

RC AUTO CONGELATO IL DECRETO AMMAZZA RISARCIMENTI
BALDUZZI APRE ALLE VITTIME DELLA STRADA
PROPOSTA DA AIFVS UNA REVISIONE INTEGRALE DELLE TABELLE DI RISARCIMENTO PER LE LESIONI GRAVI DENUNCIATA DALLA AIFVS LA MANCATA RIDUZIONE DEI PREMI RC AUTO IN DIECI ANNI PER EFFETTO DELLA DIMINUZIONE DEL 40% DEGLI INCIDENTI STRADALI

Il Ministero della Salute ha incontrato la Presidente della AIFVS (Associazione Italiana Familiari Vittime della Strada) Giuseppa Cassaniti con una delegazione di giuristi ed economisti. Dopo una esposizione tecnica giuridica ed economica sugli effetti impopolari e nefandi per le Vittime della Strada e della Malasanità dello schema di decreto “taglia risarcimenti” per i danni gravi alla persona è stata presa in considerazione la possibilità di congelarne l’approvazione ed apportare una integrale revisione del schema di decreto In particolare è stato proposto da AIFVS di ancorare i valori risarcitori alle tabelle del Tribunale di Milano aggiornate nel marzo 2013 e di introdurre una nuova formulazione delle tabelle medico legali in linea con gli ultimi aggiornamenti evolutivi scientifici e metodologici.

Durante l’incontro è stata inoltre denunciata la posizione di ANIA per il tentativo di trasformare il risarcimento in indennizzo. La AIFVS ha chiesto al Ministro di rispettare la volontà del legislatore dato che la Camera dei Deputati con la Mozione Pisicchio ha impegnato il Governo a ritirare il provvedimento ed a definire un nuovo regolamento utilizzando come valido criterio di riferimento i valori previsti nelle tabelle del tribunale di Milano.

La AIFVS ha denunciato al Ministro la falsa prospettazione da parte dell’ANIA di incertezze applicative delle tabelle del Tribunale di Milano che nel 2013 sono applicate in modo omogeneo secondo le indicazioni della Cassazione da tutti i Tribunali italiani.

La Aifvs a conferma della ingiustizia e della inutilità del decreto ammazza risarcimenti ha denunciato al Ministro anche la falsa prospettata previsione di riduzione dei premi rc auto del 4/5% se i risarcimenti verranno dimezzati per legge che non rivela e non considera la diminuzione degli incidenti stradali negli ultimi dieci anni che invece ha già enormemente e complessivamente ridotto i risarcimenti da parte delle imprese di assicurazioni che contemporaneamente hanno alzato i premi rc auto aumentando i profitti come ha confermato l’indagine IC 42 di AGCM dell’antitrust sul settore
assicurativo.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Danno biologico: le tabelle del Tribunale di Roma 2013

Il Tribunale di Roma, non ritenendo le tabelle di Milano corrispondenti ai valori costituzionali (in primis, all’art. 3 Cost.), ha provveduto ad aggiornare il proprio sistema tabellare per il calcolo del risarcimento del danno non patrimoniale alla persona.

La rivalutazione è stata operata tenendo conto del solo incremento Istat per l’anno 2012.

Non condiviso, dunque, l’orientamento espresso dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 12408/2011, nella quale si è affermato il principio di diritto per cui nella liquidazione del danno biologico debbono essere adottati parametri uniformi che, in difetto di previsioni normative, vanno individuati in quelli tabellari elaborati presso il Tribunale di Milano.

Per il danno da inabilità temporanea, gli importi giornalieri fissati per il 2013 sono i seguenti:

  • inabilità assoluta al 100% = € 106,40
  • inabilità relativa al 75% = 79,80
  • inabilità relativa al 50% = € 53,20
  • inabilità relativa al 25% = 26,60

Confermati i criteri elaborati per il calcolo del danno da perdita parentale, del danno biologico nel caso di decesso per causa diversa dalle lesioni e per l’ulteriore danno non patrimoniale.

Fonte: ALTALEX

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Onnovembre 20, 2013, posted in: Senza categoria by

Sinistri stradali: la sofferenza d’animo non è risarcibile

Cassazione civile , sez. VI-3, sentenza 14.05.2013 n° 11514

La Corte di Cassazione si occupa ancora una volta di risarcimento del danno. E ancora una volta ribadisce i principi stabiliti dalle Sezioni Unite con lasentenza n. 26972/08, relativi alla ricostruzione del danno non patrimoniale, danno che costituisce una categoria unica ed è connotato in senso descrittivo da singole voci risarcitorie che ne garantiscono l’integrale soddisfazione ma non devono condurre ad un’inammissibile duplicazione di poste in cui il danno medesimo si sostanzia.

I principi Statuiti dalle Sezioni Unite trovano conforto nell’art. 138 del codice delle Assicurazioni, norma che definisce il danno biologico come quello da lesione all’integrità psico –fisica, tale da avere un’incidenza negativa sull’attività quotidiane e gli aspetti dinamico relazionali di un soggetto, il quale, non potendo più svolgere delle attività che prima svolgeva, sarà limitato in un suo diritto costituzionalmente garantito ex art. 32 Cost.

Alla luce di siffatti principi sarà risarcibile esclusivamente quella sofferenza causata dal peggioramento della qualità della vita della persona danneggiata, non trovando più spazio la risarcibilità del danno morale “puro o la sofferenza d’animo non direttamente connessa alla lesione.

In buona sostanza, secondo la Suprema Corte dovranno essere risarcite solo le spese visite mediche di poco successive al sinistro stradale e che siano diretta conseguenza del sinistro. Non troveranno risarcimento le eventuali consulenze sanitarie specialistiche richieste in corso di causa, in quanto le stesse non sono considerate necessarie ma sono frutto di una libera scelta della parte.

Fonte: ALTALEX

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